NON PRAEVALEBUNT?

Negli ultimi mesi di quest’anno di grazia 2018 sono stati pubblicati diversi libri che descrivono la situazione socio-politica che si è venuta sviluppando e consolidando in Italia con le elezioni del 4 di marzo e la successiva formazione del così detto governo giallo-verde. Tutti questi libri intendono denunciare i rischi di una evoluzione in senso autoritario e anti-democratico, adombrando la possibilità di una sorta di restaurazione para-fascista, talvolta istituendo parallelismi tra la situazione attuale e quella degli anni Venti del Novecento (cioè quasi esattamente di un secolo fa).

  L’ultimo di questi libri – quello di Ezio Mauro, Uomo bianco,  Feltrinelli – è anche il più ‘bello’ da un punto di vista squisitamente letterario. Lo si legge infatti quasi come un romanzo, vagamente balzacchiano, anche se, tematicamente, un parallelo andrebbe piuttosto indicato con il Delitto e castigo di Dostoevskij. Vi si narra infatti la storia di Luca Traini, detto Lupo, il quale, come Raskolnikov, decide freddamente di uccidere, non però la vecchia usuraria, cioè una persona precisa che, almeno così  pensava, gli aveva fatto dei torti, ma UN negro, uno qualsiasi a lui perfettamente sconosciuto,  che non doveva essere considerato una persona, ma come il rappresentante di una razza, ritenuta colpevole in quanto tale: se un negro ha commesso un delitto, un altro negro può, anzi deve pagare per esso. Lupo ha semplicemente fatto giustizia. Perciò accetta il castigo, ma, al contrario di Raskolnikov, non prova alcun pentimento. Come nei romanzi, il racconto dei fatti si alterna con ampie riflessioni sulle motivazioni, psicologiche ed esistenziali prima che ideologiche, che spingono Lupo ad agire, ma allargandosi a considerare in che modo e in che misura esse si siano diffuse sino a diventare il sentire comune di una larga parte (forse maggioritaria) di una popolazione sempre più intenta a trovare un capro espiatorio.

  Michela Murgia è nota soprattutto per le sue opere di narrativa, che hanno ottenuto anche premi e riconoscimenti, ma con Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi, ha preferito dare spazio alla sua vena di polemista sempre controcorrente, avvalendosi in particolare di una tagliente ironia. La democrazia, ha scritto i grande Kelsen (Vom Wesen und Wert der Demokratie, 1929, trad.it. I Fondamenti della democrazia, Mulino 1966), è semplicemente “una forma di governo”. Però, precisa Michela Murgia, si tratta di una forma particolarmente complessa, che richiede non solo impegno e partecipazione, ma anche conoscenze e intelligenza, capacità di valutare e di distinguere. Allora perché fare tanta fatica, quando sarebbe così semplice affidarsi a un Capo, il quale, non dovendo rendere conto a nessuno, potrebbe governare in modo rapido ed efficiente? Perché cercare di distinguere tra le varie responsabilità individuali e collettive, quando è così facile individuare un unico responsabile, un capro espiatorio che paghi per tutti e che magari è anche facilmente riconoscibile dal colore della pelle? Ragionando e contrario la Murgia dimostra che la lotta in difesa della democrazia è oggi, in primo luogo, un problema di educazione e di cultura, che per la sua stessa essenza, non può essere risolto a colpi di slogan.

  Come chiarisce fin dal titolo del suo recentissimo volume – Perché è successo oggi, La Nave di Teseo – Maurizio Molinari, direttore de “La Stampa”, intende indagare le cause immediate che hanno portato gran parte della pubblica opinione ad abbracciare un’ideologia tanto lontana dai valori di libertà e solidarietà affermati dalla Costituzione nata dalla Resistenza: le crescenti diseguaglianze, la corruzione, la burocrazia, l’incertezza dei diritti, il venir meno dell’autorità della chiesa e quindi della morale cristiana, la sfiducia nelle istituzioni. Ma in particolare la globalizzazione e l’immigrazione, che sembrano provocare l’inedito timore della perdita dell’identità. Identità, questa parola ‘avvelenata’, come la definisce Francesco Remotti (L’ossessione identitaria, Laterza 2017). Ma quale ‘identità’? una identità, precisa Molinari, che si pretende nazionale in quanto si presume che solo un forte stato nazionale possa far fronte ai pericoli elencati, ma che, in verità è  «di stampo tribale», risolvendosi in una regressione, in uno smarrimento dei principi stessi della civiltà. Certo, il libro va accolto nella sua interezza, in quanto costituisce forse lo strumento più utile e dettagliato per rendersi conto di una situazione che, per essere inedita, non era però imprevedibile. Ma l’accento posto sulla questione identitaria ne costituisce forse il tratto più originale.

  Giovanni Orsina, storico e docente alla Luiss, cerca invece di risalire alle origini dell’attuale situazione socio-politica, individuando in tangentopoli il momento di rottura fra cittadini e classe politica, poiché fu allora che, forse per la prima volta nella storia della democrazia, un’intera classe politica (con l’eccezione del partito comunista che fu capace di ricostruirsi) venne cancellata senza spargimento di sangue. Ma il titolo del suo libro – La democrazia del narcisismo: Breve storia dell’antipolitica, Marsilio – suona piuttosto strano poiché attribuisce significato politico a un concetto squisitamente psicologico come il narcisismo. In effetti ciò che sembra essere profondamente cambiato è, in primo luogo, il sentire intimo dei cittadini, i quali non solo si preoccupano prima di tutto del proprio interesse privato (ciò che, in fin dei conti, può apparire perfettamente naturale), ma sembrano anche del tutto incapaci di vedere il nesso fra tale interesse e la situazione politica. Così si definisce e si sviluppa la stagione dell’antipolitica, caratterizzata non solo da egoismo ed egocentrismo, ma anche da un profondo rancore bensì contro la classe politica (la casta!), ma anche, e forse in primo luogo, proprio contro quei fattori che potrebbero porre un limite al potere di quella stessa classe politica (L’Europa e le altre istituzioni sovranazionali). Da ciò il crescente consenso verso quei movimenti che negano di essere dei ‘partiti’. Ma senza i partiti, dice di nuovo Kelsen, non può esistere democrazia, non, almeno la nostra democrazia rappresentativa. Donde il riaffacciarsi del mito della democrazia diretta, tanto facilmente riconducibile all’ossimoro della democrazia illiberale.

  Mi accorgo che, con queste riflessioni, sono andato oltre la semplice esposizione dei contenuti del libro di Orsina, il quale, vale la pena di ricordare, potrebbe essere considerato uomo tendenzialmente di destra, ma non per questo meno preoccupato delle sorti della democrazia. La cui profonda crisi era già stata analizzata, in termini rigorosamente sociologici da Marc Lazar e Ilvo Diamanti nel loro Popolocrazia: La metamorfosi delle nostre democrazie, Laterza, che mette in evidenza l’estrema semplificazione della dinamica politica, ridotta all’artificioso scontro tra popolo ed élite, o i così detti ‘poteri forti’, quasi si trattasse della lotta fra i ‘buoni’ contro i ‘cattivi’ dei film di avventure, dove peraltro tra i ‘cattivi’ (aggiungo) vanno elencati anche tutti quelli che che non si schierano contro gli ‘indiani’, ossia i migranti. Mentre i ‘buoni’ sarebbero coloro che riescono a prospettare la vera libertà della democrazia diretta, ossia, appunto della popolocrazia, termine che non vuole essere una semplice traduzione della parola greca, ma, riferirsi a quella dittatura della maggioranza temuta già da Tocqueville.

  E’ una prospettiva che preoccupa profondamente  anche Paolo Gentiloni, il quale apre il suo libro – La sfida impopulista, Rizzoli – dichiarando apertamente di avere ‘paura’. Paura, mi pare possibile precisare, del partito della paura. La maggior parte del libro è poi dedicata a rivendicare i meriti e, doverosamente, a riconoscere gli errori del suo governo.

  Al contrario, Carlo Calenda,  – Orizzonti selvaggi: Capire la paura e ritrovare il coraggio, Feltrinelli – riconosce che la paura è una costante della vita dell’uomo, soprattutto allorché ci si trova ad affrontare la prospettiva di un futuro particolarmente incerto e imprevedibile, ed è spesso realisticamente e razionalmente fondata; e proprio per questo sostiene la necessità di costruire una larga alleanza, quasi un fronte democratico, in qualche misura simile a quello della Resistenza, capace di opporsi fattivamente al sovranismo populista, trovandosi in questo perfettamente d’accordo con Gentiloni. A differenza di quelli finora citati, il saggio di Calenda non è di carattere prevalentemente polemico, ma va considerato come un vero e proprio programma di governo, tanto più significativo in quanto Calenda si è dedicato alla politica soltanto da pochi anni, dopo un passato di tecnico e operatore dell’economia.

  Ma se il libro di Calenda ci porta “in più spirabil aere”, bisogna d’altra parte ricordare che molti di questi autori hanno accennato al fatto che la situazione italiana è solo parte di una più generale tendenza europea e addirittura mondiale, che non solo ha già trionfato nei paesi del gruppo di Visegrad (presi a modello dai populisti nostrali), ma ha anche infettato l’Austria e sta penetrando in paesi di grande tradizione democratica, come una sorta di contagio, dettagliatamente analizzato da Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia: Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, Feltrinelli.

  Certo non bisognerebbe cedere al pessimismo, che è spesso piuttosto un freno che non uno stimolo, ma non posso fare a meno di notare che fra tutti i libri citati, si è levata una sola voce di speranza; quella di Andrea Scanzi – Con i piedi ben piantati sulle nuvole. Viaggio sentimentale in un’Italia che resiste, Rizzoli – il quale, nel corso di un lungo viaggio attraverso l’Italia ha potuto individuare persone e associazioni, soprattutto di volontari, che tentano positivamente di opporsi alla dispersione dei valori che avevano caratterizzato la nostra società: solidarietà e accoglienza. Dispersione che Nanni Moretti ha sintetizzato nella battuta che conclude il suo documentario Santiago Italia.

  La maggior parte dei libri che ho ricordato sembrano essere stati ispirati dall’ultimo rapporto del CENSIS. Ma ce n’è almeno uno che, precedendo questo rapporto, sembra averlo in qualche modo sollecitato. E si tratta di un libro gustosissimo che ricorda quello, altrettanto divertente di Gianfranco Piazzesi, Berlinguer e il professore, che ebbe una grande risonanza al momento della sua pubblicazione, nel 1975. Per quanto in termini altrettanto ironici e, a tratti, addirittura grotteschi, il libro di Sergio Rizzo, 02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro, Feltrinelli, è una previsione piuttosto seria e realistica di ciò che potrebbe succedere se il governo giallo-verde, in coerenza con il suo sostanziale anti-europeismo, decidesse di lasciare l’area euro: crollo della borsa, fuga di capitali, inflazione galoppante, fallimenti delle banche. Allora, come appunto era successo in Berlinguer e il professore, non resterebbe che svendere agli americani, ma anche ai russi e ai cinesi, il nostro patrimonio artistico. Se basterà.

  Ma veniamo al CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali). Il CENSIS, per quanto si tratti di una fondazione di diritto privato, è certamente la più autorevole istituzione di studi economici e sociali. Fondato e diretto da Giuseppe De Rita, ha tra i suoi committenti sia i ministeri e gli enti locali, ma sia anche grandi imprese nazionali ed estere. Le sue statistiche sono ritenute pienamente affidabili e le sue previsioni fortemente attendibili. Ogni anno pubblica un rapporto, in qualche misura paragonabile a quello “sullo stato dell’Unione” che viene letto dal presidente degli Stati Uniti di fronte al Congresso (e ora anche da quello della Commissione Europea). Ma se ne differenzia soprattutto perché, dopo aver tratteggiato a grandi linee le oggettive condizioni socio-economiche del paese, descrive in termini statistici come i cittadini valutano tali condizioni, il loro atteggiamento di fronte alle istituzioni, le loro previsioni e le loro aspettative.

  Il 52° Rapporto del CENSIS, relativo appunto all’anno 2018, disegna un quadro dalle tinte piuttosto fosche, anche in considerazione del fatto che nel 2017 c’erano stati importanti segnali di ripresa, almeno sul piano economico, ipotizzando che proprio la delusione causata dalla mancata conferma di quel miglioramento abbia contribuito ad aumentare un pessimismo già diffuso, trasformando il sentimento di rancore nei confronti delle istituzioni italiane ed europee in vera e propria cattiveria, cioè in odio e desiderio di rivalsa. Che si sono manifestati anzitutto nel rifiuto di quella minima forma di partecipazione alla vita politica che è il voto – la percentuale degli astenuti ha raggiunto il 29,4% – oppure trasferendo la propria preferenza al M5s, in quanto considerato “antistema”. Ma è vero, d’altra parte, che la partecipazione alla vita pubblica ha trovato un nuovo strumento nella possibilità di esprimere le proprie opinioni utilizzando la rete informatica e i così detti social forum. Con il risultato però che argomentazione e ragionamenti si sono il più delle volte trasformati in semplici insulti, che hanno trovato la propria sede elettiva nel tweeter, le cui dimensioni non permettono né di argomentare, né, tanto meno, di ragionare. Così lo stesso tweet da ‘cinguettio’ ha finito con il diventare ruggito, o ringhio. Ed è grave che la logica dell’insulto che sostituisce il ragionamento abbia finito per implicare anche personalità politiche, che non dovrebbero mancare di mezzi intellettuali o culturali. Rimane peraltro il paradosso che l’attuale governo continua a godere di ampio consenso nonostante quasi tutta la stampa sia schierata contro di esso: questo succede proprio perché la stampa è diventata molto meno importante dei social media come fonte di informazione e, di conseguenza, come capacità di influenzare la pubblica opinione.

  Il pessimismo, vale a dire il timore, o addirittura la certezza che il futuro non permetterà alcun miglioramento della propria condizione sociale ed economica, coinvolge soprattutto gli strati della popolazione a basso reddito (89%) e in particolare le persone con un basso livello di scolarizzazione, addirittura il 96%,  percentuale che dimostra come, da un lato, soltanto un livello culturale almeno discreto permetta di assumere un atteggiamento più oggettivamente positivo anche nei confronti delle proprie capacità, e, dall’altro, quanto le modeste risorse riservate alla scuola e all’università abbiano influito sulla caduta della fiducia nello stato e nelle sue istituzioni, ma anche sulla possibilità di valutare in termini oggettivi e documentati la realtà della situazione e le prospettive per affrontarla.

  Ciò non significa che molte paure non abbiano un fondamento realistico: è ben possibile che i prossimi decenni (se non i prossimi anni) conoscano un  aumento addirittura esponenziale della disoccupazione – come ha avvertito Domenico De Masi (Il lavoro nel XXI secolo, Einaudi) – e quello per la disoccupazione è il primo timore per ben il 44% degli italiani; così come molto  reale è il timore di non trovare o di perdere un’abitazione, anche in considerazione dello sconsiderato aumento del costo degli affitti, determinato in parte dall’enorme sviluppo del turismo, che non proviene più soltanto dai paesi occidentali, ma che continua ad essere considerato soltanto come una fonte primaria di ricchezza.

  I turisti sono dunque gli stranieri benvenuti, i graditissimi ospiti, anche se il loro numero dovrebbe destare qualche preoccupazione: si calcola che la sola Venezia riceva ogni giorno circa 52.000 visitatori, di fronte a soli 50.000 residenti – per un totale di 19 milioni all’anno. Al contrario, i migranti, che pure sono soltanto meno di 6 milioni (vale a dire circa l’8% della popolazione) sono considerati piuttosto come invasori dal 63% degli italiani, con punte del 78% tra i disoccupati, i quali evidentemente li accusano di essere venuti a rubare il lavoro, senza considerare che pochi italiani, o forse nessuno, sarebbe disposto ad accettare di raccogliere arance in Calabria o in Sicilia per una retribuzione di due euro all’ora, vale a dire meno di 500 euro al mese. Inoltre un buon 75% vede negli immigrati il rischio di un aumento della criminalità, ed è ovvio che un aumento della popolazione comporti un parallelo aumento della criminalità (gli emigranti italiani hanno portato con sé la mafia negli Stati Uniti), quella degli immigrati concentrandosi soprattutto nello spaccio della droga, settore nel quale, effettivamente, hanno rubato il lavoro a molti italiani. Alcuni dei quali sono forse passati al livello superiore come importatori e distributori delle droghe, realizzando così quell’ascensore sociale negato ai più, magari in collaborazione con le varie mafie, la cui presenza non sembra preoccupare più di tanto.

  Giacché è sui migranti che si manifesta soprattutto la nuova ‘cattiveria’ della maggioranza degli italiani che li ritiene responsabili non solo, come appena detto, di mettere a rischio il lavoro e la sicurezza, ma anche di costituire un peso sullo welfare e, come ha chiarito Maurizio Molinari, di intaccare l’identità nazionale. Tutto ciò si riassume in «una sorta di sovranismo psichico prima ancora che politico, che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio». Non si potrebbe dire meglio, ma proprio questa azzeccata espressione ("sovranismo psichico") che definisce una tendenza quasi inconscia a recuperare i temi e le istanze del nazionalismo, affidati a una gestione autoritaria dello stato, ha scatenato la rabbiosa reazione di Enzo Pennetta, il quale, nella sua rivista on-line, modestamente intitolata “Critica scientifica”, ha pubblicato un articolo dall’elegante titolo Il “sovranismo psichico” e altre supercazzole del basso impero, dove sostiene che il «“Sovranismo psichico” è un termine che scientificamente non significa nulla, un neologismo che restituisce solo ringhio impotente di una classe dominante avviata al tramonto». Enzo Pennetta è un biologo antievoluzionista e antidarwiniano, vale a dire un ‘creazionista’, ma anche uno di quei cattolici che vorrei definire anti-cristiani in quanto rinnegano tutti quei principi di amore e di fratellanza che costituiscono l’essenza stessa della morale cristiana (simili in questo a quei difensori della famiglia eterosessuale e monogamica che si fanno fotografare a letto con l’amante): è l’impero dell’ipocrisia, ed è preoccupante il fatto che un simile personaggio, che intende riportare la scienza a prima di Galileo, insegni nei nostri licei.

  Tuttavia le preoccupazioni nei confronti dell’immigrazione non sono del tutto infondate. E questo non perché essa sia quantitativamente fuori controllo: il ministro Minniti è riuscito a ridurla drasticamente, e sia pure a costo di abbandonare tanti sventurati nei lager libici, ma perché, in effetti, i governi di centro-sinistra non sono riusciti a impostare una credibile politica di integrazione. Perché ‘integrare’ significa, almeno a mio dubbioso parere, principalmente due cose: impedire in primo luogo il formarsi di comunità etnico-religiose, che tenderebbero naturalmente a diventare corpi estranei, isolati e riconoscibili – il caso dei rom è esemplare (ma va ricordato anche quello dei cinesi concentrati a Prato); e poi trovare il modo di sanare la dilagante disoccupazione, a costo di superare i limiti di deficit imposti dall’Europa, con provvedimenti diversi da quelli sostanzialmente assistenziali proposti dal reddito di cittadinanza (del resto altrimenti ineludibili nella sostanza). Come ho già avuto modo di scrivere (vedi l’articolo Migranti e lavoro) il nostro paese, anche in previsione del probabile ripetersi di fenomeni metereologici estremi, ha urgente bisogno di affrontare il dissesto idrogeologico; e si tratta di un’impresa di enormi proporzioni, che richiederebbe l’impiego di un gran numero di lavoratori non specializzati, facilmente individuabili nei migranti e nei richiedenti asilo.

  Non so bene fino a che punto questa proposta possa essere considerata realistica, ma è certo che l'inedita ‘cattiveria’ degli italiani trova il suo primo pretesto nel problema dell’immigrazione, diventato una vera ossessione soprattutto presso i cittadini a basso reddito e scarsamente istruiti (ma ho personalmente conosciuto anche persone colte e benestanti che ne sono rimaste infette, abbandonandosi addirittura a miti e leggende che raccontano di mussulmani che, in Kossowo, si diletterebbero a crocifiggere bambini cristiani).

  Ad ogni modo bisogna sapersi rivolgere proprio alle persone a basso reddito e non particolarmente istruite che costituiscono la parte maggioritaria del corpo elettorale (il che significa anche utilizzare la rete in modo più politicamente sapiente). E ciò sarà possibile, credo, soltanto costituendo quel fronte democratico di cui hanno parlato Carlo Calenda e Paolo Gentiloni, ma a condizione che esso sia in grado di presentarsi con un solido e semplice, ma articolato programma di governo, sostituendosi all’assurdo gioco di correnti e di miserevoli ambizioni che attualmente caratterizza  la sinistra, la cui vocazione scissionista risale, ahimè!, al lontano 1921. Perché, se questo non avverrà, il ‘sovranismo psichico’ denunciato dal CENSIS, condurrà fatalmente al trionfo delle forze reazionarie (la Lega, non il M5s!) e a soluzioni autoritarie che potrebbero segnare la fine della democrazia.

  Non si può dire con esattezza fino a che punto il ‘sovranismo psichico’ abbia infettato il resto dell’Europa, ma, come chiarisce Yascha Mounk, è certo che esso ha già colpito i paesi di Visegrad e in particolare l’Ungheria, dove però, proprio in questi giorni, si sono manifestati i primi segnali di ribellione, che aprono qualche speranza. Certo, come ha insegnato Luciano Canfora – La scopa di don Abbondio: Il moto violento della storia, Laterza – la storia ha sempre conosciuto un alternarsi di morti e di resurrezioni (o forse soltanto di illusioni e di delusioni). 

  E' possibile governare la storia? Soltanto Gesù poteva essere certo che, alla fine, le porte dell’inferno NON PRAEVALEBUNT: non trionferanno.

(Matteo 16,18: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam.)