POLITICAMENTE CORRETTO

 

 Nella già complessa e intricata situazione politica del momento che stiamo vivendo si è aperto un nuovo fronte polemico, gravido delle più imprevedibili conseguenze: la questione femminile – intesa in senso grammaticale. Tutti i contendenti concordano sul fatto che affrontare questo tema comporti una svolta decisiva nella problematica connessa alla questione della parità di diritti fra uomini e donne, sia essa auspicata o più o meno apertamente rifiutata. Perché le parole sono pietre e contano molto di più delle cose.

In termini generali, il problema verte sull’opportunità, o la necessità, di trasporre al femminile quei sostantivi e quegli aggettivi che, pur essendo riferiti a un soggetto di sesso femminile, nel linguaggio corrente vengono comunemente impiegati al maschile. Ma, come è ovvio che sia, la polemica consiste soprattutto nelle soluzioni da adottare nei singoli casi dove il problema si presenta.

La rilevanza politica dell’argomento deriva direttamente dal fatto che, di recente, molte donne hanno assunto cariche politiche o amministrative finora ricoperte prevalentemente da uomini e, certamente per questo motivo, designate con sostantivi di genere maschile. Anche se, in maniera strisciante, la questione si era già posta prima, il caso scatenante va individuato nell’elezione di una donna a sindaco di Roma.

E' allora sembrato irriverente, o forse maliziosamente sessista, definire la signora Virginia Raggi, donna peraltro dalla robusta tempra virile, con il titolo di “sindaco”, quasi che, per il solo fatto che tale titolo sia di genere, grammaticalmente, maschile, la signora Raggi avesse dovuto rinunciare alla sua evidente e anche molto attraente femminilità. 

Si è quindi pensato (ma è sempre difficile capire chi abbia lanciato l’idea) di chiamarla “sindaca”, più o meno consciamente appellandosi al fatto che la lingua italiana contempla già alcuni casi in cui il titolo della funzione, o dello stato, varia di genere a seconda che colui\colei che ne è investito sia uomo o donna: il più ovvio è certamente il titolo del regnante, “re” se si tratta di un uomo, “regina”, se di una donna – senza distinguere se il titolo di “regina” deriva semplicemente dal fatto di essere moglie del re o juxta suo jure, come in Italia non è mai successo, al contrario che in Inghilterra, dove, forse pour cause, il termine che designa la donna regnante non è una semplice femminilizzazione del maschile: Queen vs King. In tedesco invece effettivamente tutti i titoli attribuiti a donne comportano solo una desinenza femminile: Königin vs König

Del resto, anche nella determinazione di stati di carattere meramente civile la definizione del portatore maschile viene lessicalmente distinta da quella del portatore femminile. Così, per quello che riguarda i membri di una coppia matrimoniale, in quasi tutte le lingue europee il maschio viene definito da un termine anche etimologicamente del tutto diverso da quello della femmina: “marito” e “moglie” in italiano, “mari” e “femme” in francese, “husband” e “wife” in inglese, “marido” e “mujer” in spagnolo. Solo il tedesco prevede che “Gattin” (moglie) sia una semplice femminilizzazione di “Gatte” (marito), ma l’uso comune preferisce dire “Mann” e “Frau”, cioè semplicemente uomo e donna.

Ma, per tornare a titoli di carattere pubblico-politico, in verità c’è un caso molto antico in cui un titolo, altissimo, è stato femminilizzato per essere stato assunto – anche se con un procedimento segreto – da una donna: la “papessa” Giovanna, che regnò con il nome di Giovanni VIII, attorno alla metà del nono secolo. Ma tale titolo non fu mai usato ufficialmente, poiché nessuno o forse solo pochissimi conoscevano il vero sesso di papa Giovanni. Ma è un caso esemplare perché il termine “papa” non poteva essere posto al femminile con il semplice impiego di una desinenza in -a (come titola un famoso libro dello scapigliato Carlo Dossi), ragion per cui si giunse all’estensione -essa, come succede ad esempio nel caso di “principe\principessa”.

Un’estensione, quella in -essa, che si è frequentemente tentati di applicare anche a titoli che sono, grammaticalmente, dei participi presenti: “presidente” è colui che, occasionalmente o stabilmente, presiede. Sarà allora il caso di dire “presidentessa” quando che chi (he\she il sublime politically correct dell’uso inglese) presiede sia femmina, così come si dice “studentessa” di una ragazza che, in un determinato momento della sua vita frequenta la scuola? E il motivo potrebbe porsi anche nel caso di un participio sostantivato che pure può designare sia uno stato sia una situazione momentanea e che viene del tutto dimenticato, mentre dovrebbe avere un valore tutto particolare: “amante”. Pure, e soprattutto se quel participio sostantivato indica una situazione stabilizzata, sarebbe importante distinguere se si sta parlando di lui o di lei: nel caso di “lei” dire “amanta”, con la desinenza in-a (visto che “amantessa” sembra proprio improponibile) sarebbe altamente significativo.

Comunque, l’impiego di tali desinenze diventa problematico soprattutto allorquando ci si riferisce giustappunto  a titoli che designano cariche politiche, e che dovrebbe riferirsi a altri usi consolidati. 

Di nuovo nel Comune di Roma è di grande attualità il caso di una donna che ha assunto la direzione dell’assessorato all’ambiente e che, in forza di tale carica, è stata definita non già “assessore”, ma “assessora” – certo a causa del fatto che, come racconta Edoardo Albinati in La scuola cattolica, per chi conosce ancora solo sommariamente la lingua italiana tutte le parole che riguardano soggetti femminili devono avere la famosa “desinenza in a”.

Ma, se si considerano vocaboli simili, la scelta avrebbe potuto essere diversa: il femminile di “professore”, ad esempio, è “professoressa”, non “professora”. Quindi la signora Muraro dovrebbe opportunamente essere chiamata “assessoressa”, che, oltre tutto, suona più nobile e professionale. 

Non mi risulta, al momento, che il più importante dirigente di un’istituzione economica, pubblica o privata, l’amministratore delegato, sia stato trasposto in “amministratora delegata”, anche se, credo, il femminile di amministratore dovrebbe essere “amministratrice”, così come il femminile di “attore” non è “attora”, ma “attrice”. Questo specifico caso, però, potrebbe derivare da un sottile escamotage: distinguere nettamente gli attori dalle attrici permette di sostenere che le attrici sono tutte puttane (come del resto tutte le donne: non gli uomini, per la contraddizion che nol consente, o, forse, perché per gli uomini si può utilizzare un grazioso termine francese: gigolo).

Ma esistono anche interessanti casi in cui un sostantivo acquisisce quasi valore aggettivale, o di apposizione, tendendo per lo più ad assumere il significato di un giudizio. Questo succede con grande frequenza in sostantivi coprolalitici, quali “stronzo” e “merda”. Quando si dice a qualcuno “sei uno stronzo”, si può intendere o che si è comportato male o che è “sciocco”, “stupido”, aggettivi entrambi che possono essere usati come sostantivi: “sei stupido”, oppure “sei uno stupido” (appartieni alla categoria degli stupidi).

Non so quando sia invalso l’uso, ma è certo che oggi è normale insultare una donna dicendole “quanto sei stronza”, ovvero “sei una stronza”. E sarebbe interessante verificare se tale escremento abbia forma, o addirittura sostanza diverse nel caso che venga prodotto da un maschio o da una femmina.

Il caso di “merda” è diverso, sia perché il termine viene più raramente usato in forma aggettivale, mentre è abbastanza comune come sostantivo (tipo: “sei una vera merda”), sia perché potrebbe invertire i termini complessivi della questione. Per insultare un uomo bisognerebbe allora dirgli “sei un vero merdo”, ciò che succede qualche volte grazie all’uso di un accrescitivo: “sei un merdone”, o di un vero aggettivo: “sei davvero merdoso” (espressione che però fa slittare significativamente l’area semantica), ovvero ricorrendo a un giro di parole: “sei un pezzo di merda”.

Ma la cosa più importante da sottolineare è che questo esempio trascinerebbe la questione della possibile mascolinizzazione di sostantivi femminili usati per descrivere la funzione o la carica di un uomo.

E, se devo essere sincero, confesserò di aver preso lo spunto per queste audaci riflessioni proprio da qui, leggendo su “Repubblica” una lettera al direttore – le lettere al direttore di un giornale essendo la forma più modesta e civile di cercare di far valere le proprie opinioni presso un pubblico più vasto di quello del proprio salotto.

Questa lettera (di cui purtroppo non ricordo l’autore, né il giorno della sua pubblicazione) sosteneva che, quando un soldato maschio (poiché adesso ci sono anche le soldatesse – o soldate?) deve fare la sentinella – faticosa funzione che, ricordo, obbligava a stare due ore immobili in garitta nell’attesa di fare il presentat-arm quando passava un ufficiale, o il semplice attenti nel caso di un militare di truppa – quando dunque un soldato maschio è chiamato a fare la sentinella, si dovrebbe dire di lui che è “il sentinello”. Similmente la deamicissiana “piccola vedetta lombarda” dovrebbe diventare “il piccolo vedetto lombardo”. E lo stesso varrebbe per “guardia”: infatti mi è capitato di sentire qualcuno che, rivolgendosi a un vigile (maschio), usava l’espressione “signora guardia”, con possibili insinuazioni sulle tendenze sessuali dell’interpellato, impossibili se l’interpellante avesse potuto dire “signor guardio”.

Ciò che dimostra come la grammatica dovrebbe sempre e comunque adeguarsi alla realtà sessuale, o, come si usa oggi dire con un’espressione tipicamente grammaticale, “di genere” dei soggetti in questione. D’altra parte, poiché è ben noto che le lingue sono istituti artificiali, anche se sembrano evolvere come quelli naturali, sarebbe simpatico poter capire a chi va il merito, o la colpa, di certi suoi mutamenti. Il merito primo intendo, poiché la diffusione è sempre affidata al buon gusto dei media, che li impone allo spettabile e colto pubblico.

P.S.: Mi accorgo che, proponendo i mei esempi di confronto tra uomo e donna, ho sempre o quasi dato la precedenza all’uomo. Ciò che è politicamente scorretto. Avrei potuto invertire l’ordine, ciò che sarebbe stato cavalleresco, ma altrettanto politicamente scorretto, poiché la cavalleria non è che un modo gentile per far sentire alle donne la nostra superiorità di uomini. Bisognerebbe alternare, ma lo farò la prossima volta – fortunatamente non prevista.

P.S. Naturalmente  Politicamente corretto, non vuole essere che un divertissement ironicamente polemico.  Chi desiderasse approfondire il tema in termini scientificamente storici e linguistici, può consultare il saggio di Giulio Lepschy, Lingua e sessismo, in G.L., Nuovi saggi di linguistica italiana, Bologna, Il Mulino, 1989, reperibile anche in rete:  https://iacovoni.files.wordpress.com/2009/01/lingua-e-sessismo.pdf

 Aggiungo a questo recente divertissement, un più serio e ideologico vecchio scritto. Su entrambi mi piacerebbe sapere il parere della Crusca, anche se la gloriosa accademia non ha, sulla lingua, il potere della Tv e dei social.

 

NERO vs NEGRO

Il problema che si pone quando ci si trova di fronte all’alternativa lessicale fra le parole negro e nero, soprattutto quando esse vengono usate con valore sostantivale, è in primo luogo di capire se la seconda, nero, è da considerarsi come un eufemismo o se si tratta semplicemente di un termine politically correct.

Del resto il discrimen è abbastanza sottile. Evitare termini volgari quando ci si trova in buona società – come sarebbe dire sedere invece di culo – è una forma di correttezza, non però certamente politica, ma semplicemente mondana; e tuttavia potrebbe trattarsi proprio di un eufemismo poiché, se vogliamo attenerci all’etimo della parola greca, il prefisso eu- indica bene, quindi dire sedere significa “parlare bene”, contro un “parlare male”, cioè in modo offensivo e poco educato. L’espressione “me lo ha messo in culo” è da evitare anche nella sua forma più delicata “me lo ha messo nel sedere”, che però potrebbe indicare che la penetrazione non è stata completa.

Quindi il parlare corretto tiene dell’eufemismo, ragion per cui l’eufemismo finisce in qualche misura per identificarsi con la correttezza, anche se non sempre con la chiarezza. Ma in qualche caso sì. Per esempio quando si dice “non vedente” al posto di cieco o “non udente” al posto di sordo, si intende dare una definizione del significato dei due termini, come sono soliti fare i dizionari, spiegando agli ignoranti che i ciechi sono proprio quelli che non ci vedono, come i sordi quelli che non odono – definizioni peraltro imperfette perché dicono solo ciò che uno non è senza spiegare cosa essenzialmente egli sia.

La questione si fa più complessa per il più magistrale eufemismo che sia mai stato inventato: “diversamente abile”, una definizione questa volta positiva, ma ricca di sottintesi. Il “diversamente abile” è, stando alla lettera, colui che ha delle capacità (abilità) non possedute dalla maggior parte delle persone. Per esempio: un paralitico sarebbe velocissimo nel correre gli Ottocentocinquanta, ma purtroppo questa distanza non è prevista fra le specialità olimpiche, per cui egli non può misurarsi né con i velocisti che corrono i Cento né con i fondisti che corrono la Maratona. Ciò che rende questo eufemismo politicamente scorretto in quanto scarica tutte le responsabilità di una sventura sul Comitato Olimpico Internazionale. 

Anche se la politica in senso stretto c’entra poco, è diventato politicamente scorretto usare il solo genere maschile quando il soggetto potrebbe essere indifferentemente uomo o donna – e non so se la questione valga anche per gli animali, per esempio se si sia tenuti a dire “i gatti\gatte fanno le fusa”, così come è invece certamente offensivo dire “pittori sono quelli che dipingono quadri”, senza specificare che “pittori\pittrici sono quelli\e che dipingono quadri”. E meglio sarebbe rovesciare l’ordine, dando la precedenza al femminile, per pura cavalleria. Così, in inglese, è diventata assolutamente obbligatoria in questi casi l’espressione he\she, destinata a diventare un unico lemma heshe (pronuncia hìsci che sa un po’ di arabo). Ma del resto l’inglese è una lingua fortunata perché il genere non è segnalato dalle desinenze, cosicché State Secretary può essere sia Colin Powell che Madaleine Albraight, la cui identità femminile era peraltro discutibile. Mentre in italiano il problema ha già portato ad accanite discussioni sulla forma delle desinenze stesse: bisognerà dire “Ministra” o “Ministressa”?

Ma torniamo al nostro primo assunto: perché nero potrebbe essere considerato un eufemismo rispetto a negro? Bisognerebbe ammettere che la parola negro indica qualcosa di volgare o di sporco, mentre dicendo nero si vuol dire che una cosa è elegante e pulita. Ma le cose non stanno propriamente così perché, se è vero che gli uomini eleganti vestono di nero (almeno alle cerimonie), è anche vero che il nero è il colore del lutto, che anzi proprio dal lutto è venuto l’uso di vestire di nero (i gentiluomini poveri, che non potevano permettersi di cambiare abito di frequente, fingevano di essere costantemente in lutto), è anche vero che per insultare un negro bisogna aggiungersi l’aggettivo “sporco”. Mentre in verità il nero è il colore dello sporco: “guarda come sei sporco, hai le mani tutte nere”. E d’altra parte si dice “nero come il peccato” significando che “nero” è sinonimo di “brutto”. “Nero” è assenza di luce, quindi cecità, fisica ma anche morale e intellettuale: l’inferno è nero, anche se un poco rischiarato dalle fiamme, mentre nel paradiso la luce è abbagliante e bianca. Fino alla fine dell’Ottocento le donne belle erano per definizione di pelle bianchissima, come la “candida puella” di cui parla Catullo, mentre solo per eccezione si poteva avere una bellezza di carnagione scura, che era bella a dispetto di quel colore sbagliato: “nigra sum sedformosa”.

Ma allora come è stato possibile che un termine così pieno di connotazioni negative sia diventato politically correct? Una ragione potrebbe esserci, e sta in questo che effettivamente negro è un termine più decisamente connotato dal punto di vista razziale: anche se pochi lo sanno, non tutti i neri, sono negri, poiché il tipo negroide comporta altri tratti qualificanti, come il naso camuso, i capelli crespi e le labbra grosse, ora molto desiderate dalle nostre fanciulle che se le fanno costruire a caro prezzo. Così i somali possono rivendicare le loro origini indiane, nonostante che la loro terra assolata abbia ulteriormente scurito la loro pelle. Ma la vera ragione è alquanto diversa: in Italia nessuno che non fosse razzista si era mai sognato di considerare negro un termine spregiativo – per i razzisti ovviamente il disprezzo stava nella cosa, non nel nome. L’input, se non proprio l’ordine, è venuto dagli Stati Uniti d’America, dove, in effetti, il termine nigger veniva (viene?) usato per spregio verso la razza degli schiavi. Forse l’insofferenza verso questa parola offensiva è partita proprio dai negri, che hanno cominciato a definirsi black quasi per opposizione ai bianchi che continuavano a ritenersi padroni, o comunque superiori: ricordate il movimento del Black Power. E gli europei hanno, come al solito, prontamente obbedito sicché per gli italiani i negri sono diventati neri, mentre in Francia nègre è stato tradotto con noir. Solo gli spagnoli non hanno potuto adeguarsi perché negro vale esattamente nero – ed è un paradosso in quanto il termine americano nigger è di derivazione ispanica.

Adesso in America anche black è passato di moda, forse per una sopravvenuta sensibilità coloristica, poiché i negri non sono affatto neri, il colore della loro pelle trascorrendo da un bruno leggero a un marrone intenso a volte con sfumature di grigio o di blu. Come del resto quello dei bianchi va da un rosa-maialino a un grigio sporco, il bianco essendo il colorito patologico degli albini: sarebbe meglio tornare al viso pallido con cui, a lor volta sprezzanti ma con relativa precisione, i così detti Indiani d’America designavano gli invasori arrivati dall’Oceano (almeno nei film western). O forse perché ci si è resi conto che l’opposizione nero\bianco è troppo radicale e non permette alcun compromesso. Così adesso negli States si dice afro-americans, termine troppo complicato per gli europei in quanto i negri che più spesso si incontrano in Europa, sono per lo più semplicemente africani o, in qualche caso, afro-europei. Perciò, in media, da noi si continua a parlare di neri. Bisognerebbe sempre ricordare l’invito di Voltaire: “Et surtout pas trop de zèle”.

Se poi si intendesse che nero è politically correct in quanto eufemismo,  la storia si farebbe ancora più intrigante perché bisognerebbe ammettere che il termine-base, cioè negro, designa qualcosa che non si dovrebbe neppure nominare, non almeno nella  buona società, ma, se proprio si è costretti a farlo, bisogna almeno usare un termine pulito: sempre meglio “sedere”, o addirittura “posteriore” piuttosto che “culo”.

P.S.:. Se ne avessi l'autorità, v orrei consigliare alle genti di origine africana di rivendicare con orgolio, come stimmata di nobiltà, quella definizione che molti vogliono sprezzante: Negro, addirittura anche nigger. Hanno fatto così anche i romantici.

novembre 2008