UNA CARMEN DISASTROSA

Non mi piacciono le stroncature alla Papini perché sono la forma di critica più facile e sommaria. Se mi accingo a proporne una, è perché credo che un teatro pubblico come l’Opera di Firenze debba sapere che certe sue produzioni non sono apparse di livello almeno dignitoso, soprattutto dopo la bella iniziativa pucciniana dell’ultima stagione autunnale. Devo ammettere di aver assistito all’ultima replica della Carmen andata in scena recentemente con la direzione di Ryan McAdams e la regia di Leo Muscato, condizionato da un pregiudizio negativo dovuto alle polemiche sul finale che vede morire don Josè invece di Carmen, anche se ho pensato che il regista abbia inteso, magari un po’ tardivamente, eliminare la causa del fiasco della prima assoluta al parigino Opéra Comique nel 1875, fiasco dovuto proprio alla morte dell’eroina con cui si concludono tante opere serie, da Lucia di Lammermoor alla Violetta della Traviata fino alla Mimì della Bohème o alle Manon Lescaut di Puccini e di Massenet, ma considerata incongrua in un’opera comica. 

Ma il bello si è che quel finale non costituisce certo la colpa più vistosa della regia di Muscato. Anzi, a parte il ridicolo del furto da abile borseggiatrice con cui Carmen sottrae la rivoltella a don Josè, questa soluzione ha il merito di fare di Josè un vero eroe positivo (o, almeno, un vero amante), visto che nel morire continua ad accusarsi: c’est moi qui l’a tuée, anche se in verità non si capisce bene se siano morti tutti e due. Comunque, scenicamente, quella morte, quasi pudicamente respinta verso il fondo del palco, conserva una sua certa forza emotiva. Senza peraltro contribuire alla lotta contro il femminicidio, che sembra essere stata la motivazione politica di tale scelta.

I più vistosi difetti della regia stanno altrove e, purtroppo, investono l’intero spettacolo, a partire dall’impianto scenografico fino alle soluzioni proposte per i momenti più drammaticamente intensi.

Naturalmente non c’è niente di sbagliato, né di strano ambientare l’azione in un campo rom. Anzi, non si tratta neppure di una soluzione particolarmente originale, visto che qualcosa del genere era già stata proposta dal film di Rosi, solo che qui si tratta di un campo rom moderno, costituito da qualche roulotte. Naturalmente, poiché sembra che ormai le opere del passato siano in grado di parlare a un pubblico moderno solo a condizione di apparire materialmente moderne – o non sarebbe invece almeno un po’ più originale ambientare Il gioco delle parti nell’antica Babilonia o Fin de partie attorno all’anno Mille, quando ci si aspettava davvero la fine del mondo anche senza la bomba atomica? Il guaio è che questo campo rom, nel quale vengono brutalmente cacciati i poveracci, costituisce nel primo atto almeno i quattro quinti del palco, dove i suddetti poveracci stanno a guardare quello che succede nella città, limitata alla stretta striscia del proscenio, dove si aggirano soltanto i soldatacci violenti che commentano incongruamente il passeggio della “gente che va e che viene”, ma che non c’è, per poi ricevere cortesemente una Micaela vestita da scolaretta cretina e poi cercare di tenere separati i due gruppi delle rissose sigaraie - primo esempio della scoraggiante incapacità del regista di allestire azioni coreografiche minimamente complesse.

Nel secondo atto, finalmente!, si entra in questo preteso campo rom, ma vestito a festa grazie all’introduzione di un lungo tavolo, attorno e sopra il quale siedono uomini e donne piuttosto eleganti e di nuovo sostanzialmente immobili, senza cioè abbandonarsi alle danze dirette da Carmen. Eliminato il tavolo, la stessa scena sostituisce le montagne dove gli zingari si danno al contrabbando, rappresentato da una sfilata di grossi pacchi, ovviamente di sigarette, mentre per il resto, ancora una volta, il coro si dispone frontalmente e rimane praticamente immobile. Niente di male abolire le montagne, ma bisognerebbe capire perché la povera Micaela sia tanto impaurita da quel ‘luogo selvaggio’, del resto vuoto al momento della sua comparsa. Nel quarto atto poi ricompare la separazione del campo dalla città - e gli zingari festeggiano felici, ma sempre coreograficamente fermi, le sfilate dell’alguacil e dei toreri che in verità non ci sono affatto.

Ma questo è niente in confronto alle disastrose scelte operate per gli episodi più drammaticamente importanti. Ne citerò solo un paio, per non infierire. Ma basti pensare che il povero Aronica canta la famosa romanza “la fleur que tu m’avais jetée” seduto tutto solo davanti alla roulotte dove Carmen si era ritirata, realizzando di fatto l’intenzione di non voler ascoltare, mentre Josè l’aveva costretta a farlo. Dunque don Josè se la canta a se stesso, ovviamente senza convinzione alcuna, tanto che il tenore non riceve neppure un applauso per quello che dovrebbe essere il momento culminante della sua interpretazione. Ma il colmo del ridicolo è nella scena d’amore fra Escamillo e Carmen: i due non lo cantano,  questo che è l’unico vero duetto d’amore, abbracciandosi o almeno guardandosi negli occhi, ma per telefono - lui da casa e lei da un telefono pubblico (ma oggi ne restano pochi), collocati agli estremi opposti del proscenio. Potenza della modernità: mi auguro che le generazioni venture potranno anche fare sesso per telefono o al computer – il piacere potrà essere più frequente e più comodo.

Ma, poiché anche le stroncature devono avere un minimo di oggettività, o almeno di imparzialità, citerò anche un paio di soluzioni particolarmente felici: quando, alla fine del canto corale dell’inno alla libertà (et surtout chose enivrante la liberté la liberté) che peraltro aveva un rilievo decisamente minimale, don Josè dichiara che sarà obbligato a unirsi agli zingari (Il le faut bien), Carmen risponde “le mot n’est pas galant”: mentre in altre edizioni le due battute sono appena percettibili, quando non del tutto cassate, qui Carmen accompagna la sua risposta con un gesto di disappunto doloroso che, di fatto, segna la fine del suo amore. In modo diverso, ma altrettanto efficace, nel momento in cui sente il canto del toreador che sta per lasciare la compagnia dei nomadi, Carmen, sul proscenio e da sola, viene illuminata da un fascio di luce che dice il presentimento del sorgere di un nuovo amore. 

La Carmen di Veronica Simeoni è una bruna bellezza, molto nel physique du rôle, non fosse per quel vestituccio a fiori che indossa nel primo atto, sostituito infatti nei successivi da abiti lunghi da gran signora, ma perde del tutto la centralità che dovrebbe farne la protagonista assoluta dell’opera: nessun ingresso trionfale, che anzi, appena entrata si mette a lavarsi i piedi davanti a un secchio (e si tratta di un brutto déjà vu), così come nessuna epica fuga in mezzo alla gente, poiché viene interrogata in un ufficio, dove non può trovarsi proprio a suo agio nel ricantare la seguedilla. Vocalmente la cantante possiede certo un buon livello di duttilità, ma si perde alquanto nell’episodio delle carte, quando alla parola ‘mort’ dovrebbe raggiungere il tono più basso.

Nei panni di don Josè, Roberto Aronica sembra quasi eccessivamente massiccio, il che potrebbe essere un bene per dimostrare che l’amore - come dice Stendhal - non dipende dalla bellezza, ma credo che le situazioni e gli atteggiamenti impostigli dalla regia lo abbiano portato a una prestazione certamente non all’altezza delle sue migliori, sia per flessuosità che per energia.

Il ruolo di Escamillo viene sottolineato in maniera eccessiva da quel brutto costume rosso fuoco, né il baritono sembra avere una purezza vocale capace di sostenere l’eccessiva centralità che proprio quel costume gli attribuisce.

Della povera Micaela si è detto: costretta a fare la bambina scema, non riesce a riscattarsi con quel minimo di virtuosismo vocale che il ruolo di prima soprano le imporrebbe.

Assolutamente irrilevanti lo smilzo Zuniga e lo stesso Duncaire, che solo il vestito da elegantone vorrebbe indicare come il capo della banda.

Quanto alla direzione d’orchestra mi è parso che essa abbia privilegiato l’accentuazione ritmica a scapito dell’intensità melodica.

Per la prima volta un’edizione della magnifica opera di Bizet mi ha annoiato e irritato. E non a causa delle varianti introdotte - la grande edizione andata in scena nel 1985 al londinese Earls Court ne aveva apportate di molto più pesanti - ma proprio per la loro incoerenza e mediocrissima qualità.