MONTICHIELLO 2018. Valzer di Mezzanotte

Sei o sette tavole perfettamente imbandite, coperte da tovaglie candide sono distribuite in modo da occupare quasi tutta la superficie del palcoscenico. Fanno pensare a una realistica rappresentazione di un elegante ristorante cittadino – è vero che mancano le pareti, lo sfondo essendo costituito da una brutta tenda sorretta da una cornice di travi nere, ma non è questo il punto: il ‘realismo’ dell’immagine scenica, brechtianamente costituita soltanto da accessori, è rinnegato da quel bianco quasi abbagliante, che ne fa una visione di sogno, di pura luce. E lo spettatore ha tutto il tempo di contemplarlo quel luogo magico, lasciandosi cullare dal suono del flauto che potrebbe trasportarvelo, magari danzando flessuoso come il serpente incantato. Ma i sogni, si sa, possono facilmente trasformarsi in incubi, perché è facile aspettarsi che quella specie di irreale paradiso terrestre possa essere violata dall’irrompere non di fate e di elfi, ma dalla materialità degli uomini, e magari di gente comune, anche se non necessariamente volgare. E così infatti succede perché, singolarmente o a coppie, entrano i convitati a quella che pretende di essere una cerimonia, ma che si rivelerà invece una beffa brutale – tanto più che bisognerà anche pagare il conto. Non si tratta, dicevo, di gente volgare, ma insomma di piccoli borghesi, che non potrebbero mai indossare dignitosamente il frack poiché, anche nel vestire, tradiscono la loro origine plebea. Me è più importante il fatto che molto più volgari appariranno i sacerdoti della cerimonia: l’organizzatore dell’incontro e ancora di più l’Amministratore Delegato, che si presenta sbracato e in maniche di camicia, mentre il suo titolo dovrebbe permettergli di vestire almeno i paramenti vescovili.

  Non è certo la prima volta che uno spettacolo del Teatro Povero di Montichiello è sospeso sul filo sottile del confine tra realtà e fantasia, tra cronaca e favola, tra storia e leggenda. Ma forse mai come in questo Valzer di Mezzanotte i due mondi sembrano tanto intimamente mescolati da essere  alla fine percepiti, paradossalmente, quasi come in conflitto. E questo perché i grandi temi dell’attualità socio-politica ed economica che effettivamente sono sulla bocca di tutti – dalla globalizzazione e dal prevalere della finanza sull’economia alla precarizzazione e alla scomparsa del lavoro ai rigurgiti razzisti e fascisti al dissolversi dei partiti politici e dei sindacati – vengono affrontati e discussi certamente come fattori che toccano la vita personale di uno e di ciascuno, ma, proprio per questo, sono banalizzati e ridotti a livello di ‘baruffe chiozzotte’, da una parte senza potersi distinguere dalle chiacchiere fra comari, ma, dall’altra, dando vita a scontri che si vorrebbero epici, mentre in realtà si riducono a un’allegra battaglia dei confetti che non lascerà traccia alcuna nelle coscienze e nei rapporti delle persone. E se c’è un ricordo nostalgico per i “bei tempi andati”, questi non sono individuati nella vita dura ma serena dell’antico mondo contadino, come succedeva in altri spettacoli, ma nei giorni della lotta, quando non si aveva paura di scontrarsi con l’autorità e il potere in nome dei diritti. Ma è altamente significativo che tale nostalgia venga espressa dal padre della sposa al momento della foto di gruppo, che ambiguamente appare come una vera fotografia proiettata sulla tela di fondo, mentre in verità è costituita dalle persone in posa per una nuova cerimonia, uomini e donne che si materializzeranno scendendo sulla scena e dando vita al valzer di mezzanotte.

  In molti precedenti spettacoli le regie di Andrea Cresti avevano trovato i loro momenti spettacolarmente più intensi nelle grandi azioni coreografiche e corali di protagonisti e comparse, azioni nelle quali il regista (poiché a lui, in questi casi, va attribuita la maggiore responsabilità) aveva dimostrato un’abilità e un gusto, e direi quasi una magia, degni del miglior Zeffirelli, e forse anche più significativamente pregnanti, perché mai soltanto decorative. L’azione corale in qualche modo era intesa a riaffermare il protagonismo del paese, sentito come unità sociale, che doveva prevalere sulle singole individualità attoriali. E questa assenza della dimensione corale forse vuole lasciar intuire, o temere, proprio il dissolversi di tale unità. Non so. Sta di fatto che nel Valzer di Mezzanotte i due momenti decisivi, non prevedono ricorso alcuno all’azione corale e coreografica. E si tratta degli episodi che costituiscono il filo rosso di un discorso, che, prescindendo dall’idea stessa di raccontare una qualche storia, conduce alla scena finale, sommariamente descritta sopra: il paradossale dissolversi di una fotografia in una realtà fisica, un ballo, che in qualche modesta misura comporta il recupero della dimensione coreografica – ma non di quella corale: il valzer è un ballo di coppia!

  Anzi, il primo di questi due episodi ha una dimensione puramente scenografica, o, meglio, scenotecnica: abbiamo visto come la scena sia fatta soltanto di accessori, i tavolini. I quali tavolini, con tutto il loro candore, dopo che il palco è stato ripulito dei confetti usati come proiettili, crollano su se stessi: muoiono, si potrebbe dire, in fondo erano loro i protagonisti dell’abbagliante e quasi paradisiaca visione iniziale. Con la ‘morte’ dei tavolini muore anche l’ultima illusione di quel proclamato rinnovamento dell’ordine sociale, che si rivela invece foriero di un futuro ignoto e incontrollabile, un futuro in cui ci troveremo abbandonati alla mercé di forze senza nome, di venti terribili di cui non si può conoscere né la direzione né l’intensità, ma che sono capaci di farci sollevare nel mare in cui ci troviamo perduti fra le onde più immense e minacciose.

  E allora, questa povera umanità che ha perduto le coordinate che, in qualche modo, le permettevano di capire la propria situazione e di intuire un futuro possibile, e almeno prepararsi ad esso, se proprio è impossibile governarlo, si trova adesso sperduta e naufraga in un mare in tempesta. Il riferimento figurativo era costituito dalla Zattera della Medusa, il grande quadro di Théodore Géricault. Ma anche chi, fra il pubblico, poteva non avere alcuna conoscenza di quel famoso dipinto, non dubitò per un solo istante di essere in presenza di una zattera sperduta in un mare in tempesta. Potenza della metonimia teatrale: ovviamente sulla scena non spirava un alito di vento, ovviamente non si vedevano né onde sul mare né nuvole in cielo: onde, mare, nuvole e cielo tempestoso diventavano visibili solo attraverso il gestire disperato e le urla di quelle sette-otto persone ammucchiate le une sopra le altre in una piccola piattaforma, a loro volta simbolo di un’umanità terrorizzata soltanto dal non essere più capace di immaginare quale futuro la aspetta. L’unica speranza sarà allora rifugiarsi nella danza, nel valzer dove, girando, si riesce a perdere quella lucidità che ci rende tanto infelici. In fondo, anche il Congresso di Vienna aveva danzato: der Kongress tanzt.

  E' molto improbabile cercar di classificare il Teatro Povero di Montichiello in una di quelle categorie che, mentre pretendono di aiutare la comprensione storico-critica, finiscono fatalmente con il deviare l’attenzione dal fenomeno all’astrazione. Si tratta di teatro di tradizione o di avanguardia, di folklore o di arte colta, di teatro del gesto o della parola, di dramma o di danza, di teatro di regia o dell’attore? Ogni spettacolo ha, in realtà, il suo valore proprio. E, se è certamente lecito cercare la permanenza di certi stilemi e il ritornare di determinati Leit-Motive, tematici o stilistici, sarebbe ora di rendersi conto che il Teatro Povero è un’istituzione culturale importante e in sé significativa, ma il valore delle cui produzioni non deve restare limitato a considerazioni di carattere sociologico o, peggio, antropologico: si tratta di Teatro e, spesso, di grande Teatro. Di arte del Teatro.

  Corre voce che la nuova amministrazione del comune di Siena intenda boicottare il Teatro Povero di Montichiello. Non voglio crederci, ma so fin troppo bene che, come racconta dettagliatamente anche Jack London, opprimere il più debole è nella natura dell’uomo. E mi chiedo se e quando riusciremo a uscire da questo stato di natura (e sia pure di una natura così difficilmente riconoscibile) per entrare finalmente in una vera civiltà.

Théodore Géricault, La zattera della Medusa, Parigi, Louvre